Piccolo compendio della saggezza di mia mamma

Dato che ieri è stata la festa della mamma, mi è arrivata forte forte l’ispirazione per creare queste cartoline che racchiudono l’essenza della mia amatissima Big Mama e il suo stile di puericultura. Tipo che mi piacerebbe tantissimo se qualcuna di voi in dolce attesa ne appendesse una sulla culla del proprio nascituro per circondarlo dello stesso clima di amore e serenità in cui sono cresciuta io. Però vanno bene per tutte le fasi della crescita, infatti io me le sento ripetere in loop da 24 anni e sono venuta su una vera signorina.
Auguri mamme, tenete duro figlie.

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Mixtape: tormentoni in spagnolo, ne vogliamo di più!

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Con i primi caldi ritornano i tormentoni spagnoleggianti e con essi si risvegliano i cultori del bel canto e della musica ricercata. Abbiate pietà, siate un attimo più eleastici. Sta arrivando l’estate. Paola Turci ormai c’ha fatto cascare le palle. Gabbani sì, è caruccio ma ogni volta che passa in radio c’è sempre l’erudito di turno che attacca il pippone sulla citazione di Miller.
E poi, diciamolo in coro: NON CE NE FREGA UN CAZZO DELLA VAPORWAVE.
Se proprio non riuscite a farvela prendere bene con Louis Fonsi ed Enrique Iglesias (che, voglio dire, pure i muri so felici se gli passa davanti Enrique Iglesias), vi propongo tre alternative, perché tutti dovrebbero avere almeno una canzone latina sculettante del cuore, se no che estate è?

#1. Yma Sumac – Malambo No.1
Questa è per lo zoccolo duro del lirismo. Ok, continuate a rifiutarvi di mettere piede nei locali truzzoni che passano Despacito, è un vostro diritto. Però almeno il mambo concedetevelo. Piace pure a Nanni Moretti, il mambo.

#2. Nelly Furtado ft. La Mala Rodriguez y Julieta Venegas – Bajo Otra Luz
Questa è per la parità dei diritti a oltranza. In effetti, nei tormentoni estivi, la donna è sovente una figura bidimensionale muy bonita che deve ballare suavemente a ritmo de la canciòn. Eccovi la quota rosa del ritmo latino: Furtado, Rodriguez e Venegas con una canzone ottimista, allegrotta, scevra da innuendo sessuali e un video in cui sfoggiano look per ogni occasione.

#3. Miguel Angel Munoz – Diras que Estoy Loco
Per tutti gli snob che cacciano il popolare dalla porta, ma gli calano la treccia per farlo arrampicare dalla finestra, dopo che il tempo passato l’ha ribattezzato come trash.
La cosa più sorprendente è che quando sono andata a Barcellona nel 2014 la trovavo sparata in tutti i bar, ristoranti e negozi dotati di impianto audio.
Boh.

 

Poi non vi preoccupate, a Settembre si torna tutti ad ascoltare Brian Eno mentre si sorseggia un Speyside Single Malt davanti al caminetto acceso.

UNHhhh!!!

«Welcome to UNHhhh!!! The show where we talk about whatever we want »
«’Cause it’s our show»
«And not yours»

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Trixie Mattel e Katya Zamolodchikova sono due creature meravigliose e terribili uscite fuori dalla settima stagione di RuPaul Drag Race. Dio benedica quel programma.
UNHhhh è il talk show partorito dalle loro menti malate, viene pubblicato ogni settimana sul canale Youtube WOWpresents e io non me ne perdo una puntata perché è la cosa più divertente, grottesca e nonsense che esista al mondo.
La loro comicità è un intreccio tra l’isterismo di una reginetta di bellezza arrivata in semifinale a forza di marchette ai giudici e l’alcolismo disfunzionale del barbone che viveva davanti alla mia scuola elementare.
Se siete in un periodo in cui vi sentite troppo produttivi e avete bisogno di qualcosa che vi distragga dal vostro essere delle persone razionali, rimarrete incollati allo schermo.

Playlist completa

Primo episodio

5 motivi per cui devo ringraziare quell’abbacchio di Lena Dunham

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Ancora non mi capacito bene di come sia riuscita a guardare Girls per sei anni, o del perché l’abbia fatto. La ritengo una bella serie? Sì, è ben scritta, innovativa nel modo di affrontare le tematiche dell’amicizia femminile, delle relazioni sentimentali e della crescita individuale. È uno sguardo satirico sula tardo adolescenza, che, adesso che ho 24 anni, mi rendo conto sia l’unico modo possibile di parlare della tardo adolescenza.
Mi è piaciuta? Difficile dirlo, di sicuro ci sono stati più schifo e frustrazione che un autentico senso di intrattenimento.
Girls mi ha lasciato con un genuino timore di arrivare ai trent’anni sbullonata come le sue protagoniste, la sensazione che le vagine di Hannah e Jenna mi perseguiteranno nel sonno per anni e la certezza che meglio un morto dentro casa che un Adam fuori dalla porta. Il tutto sovrastato da un’incontenibile insofferenza verso Lena Dunham in qualsiasi forma mi si presenti sotto agli occhi: Lena Dunham che parla, Lena Dunham che mangia, Lena Dunham in costume da bagno coi rotoli di fuori, Lena Dunham con un un taglio di capelli decente (cosa per cui abbiamo dovuto aspettare quattro anni), Lena Dunham che si difende dalle accuse di discriminazione razziale, Lena Dunham che molesta la sorella minore, Lena Dunham vestita da zampogna scozzese al MeT Gala.
Che urto, che prurito di mani, quella donna.
Tanto che ho letto il suo libro, Not That Kind of Girl.
Perché Lena Dunham la trovo fastidiosa, buzzurra e spesso pretenziosa, però ogni tanto mi ha dato anche l’impressione che avesse davvero qualcosa da dire.

Questi sono i cinque motivi per i quali riesco a dare un senso alle trenta ore di visione di vagine pelose, rotoli di ciccia e Adam Driver che si fa le seghe a cui mi sono sottoposta negli ultimi sei anni, e per i quali mi sento anche un poco riconoscente verso Lenuccia. Quell’abbacchio.

#1. Il fascino sottile dell’oversharing
La privacy è un’invenzione piuttosto recente del genere umano, ma a me è sempre sembrata un diritto sacrosanto. Sono sempre stata riservata e vedere la Dunham prendere il via da domande banali e circostanziali e finire a raccontare di quel lunedì ce ha iniziato la dieta e ha finito per farsi due strisce di coca in una tavola calda per tenere l’introito calorico nei limiti del consentito, prima mi ha fatto pensare che stare fuori come un balcone è il requisito minimo indispensabile per lavorare nell’industria dell’intrattenimeno, poi però mi ha fatto anche sorridere. Lena Dunham ha di queste uscite in continuazione e il suo memoir  contiene in pratica solo aneddoti di questo genere. Il genere “Cose che io non direi manco sotto tortura”. E lei non lo fa per crearsi un’immagine pubblica distante da quella delle celebrità con la scopa in culo, perché basterebbe molto meno, no. La Dunham, come ci tiene a ripetere in tutte le interviste, non crede nella privacy.
Ecco, io non posso permettermi il lusso di pippare al ristorante (per mancanza di mezzi e di costituzione fisica) e nemmeno di non credere alla privacy (per educazione e paranoie materne introiettate) però adesso riconosco che permettersi qualche goffa confidenza come fa Lenona nostra possa creare una qualche sorta di fascino e di vicinanza emotiva.

#2. La body positivity è una fregnaccia
Si fa un gran parlare del corpo delle donne e l’autostima e sei bella come sei e il movimento curvy e zzzzzzzzzzzzz. Tutte cose giustissime, per carità. La mia cellulite ringrazia per la comprensione. Però guarda un po’, quelle che ci mettono la faccia sono tutte o extralarge extrafighe (vedi Ashley Graham) o sono sempre tirate a lucido a livelli da notte degli Oscar. Campagne di sensibilizzazione e sbrodolature di progressismo a parte, la realtà è sempre la solita: se un corpo devia dagli standard di bellezza è difficile che te lo mostrino come ordinario, sarà sempre eccezionale perfino all’interno di una comunicazione che dovrebbe fartici identificare.
Lena Dunham è proprio hard core da questo punto di vista. Non per niente Girls si è meritata la tagline uffciosa de “Il telefilm dove si spogliano solo le persone che non avresti mai voluto vedere nude”.

#3. La lagnanza è una danza
Lena è figlia di genitori artisti, nata e cresciuta in un ambiente ricco di stimoli e che le ha fornito tutti i mezzi necessari per arrivare crescere creativamente ed emergere nell’ambito lavorativo a cui aveva puntato, ovvero l’intrattenimento artistoide (non dimentichiamoci che l’ha scoperta Judd Apatow, il creatore di immense zotte, quali Quarant’anni vergine e Molto incinta). Eppure la vita di Lena Dunham è una lagna perpetua, un’autoflagellazione con derive vittimistiche unica. E “mia madre non mi dà attenzioni”, e “mia sorella era così carina da piccola, desideravo che non crescesse mai”, e “trovo sempre l’uomo sbagliato”. The struggle is real, sicuramente, però ad esempio, a me hanno insegnato che o ti lamenti o ce la fai nella vita, le due cose si escludono a vicenda. Invece Lena Dunham ce l’ha fatta a forza di piagnistei, quindi forse è segno che la lagna, in qualche suo aspetto magari può essere rivalutata.

#4. Non ha il cazzo
Lena Dunham è fastidiosa, buzzurra e pretenziosa e le sue opere sono piene di difetti, difetti dai quali lei e i suoi sostenitori hanno trovato la più serrata delle difese nella seguente argomentazione: “Sì, magari avrete pure ragione, però se fossi stata un uomo questo genere di critiche non me le avreste rivolte”. Niente di nuovo eh, nessuno sconvolgimento nell’apparato retorico delle polemiche nello showbiz, per carità. Però oh, io non ho ancora trovato nulla per controbattere.

#5. Questa frase
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Ai 30 ci arrivo no sbullonata, peggio.

 

#mettitelote maledetta Primavera edition

Adesso vi fate dire cosa c’è di sbagliato nella moda da una che ha nove felpe di Snoopy e le scarpe coi lacci arcobaleno, perché è così che funziona internet.

V-Neck Shoes

Le odio. Le vedo e penso alle donne dai piedi di loto cinesi. Le ha tirate fuori dal cilindro Céline, che questa stagione ci ha già deliziato con i tailleur sformati e i pantaloni a buccia di banana, solo che queste gondole da piede hanno riscosso successo e adesso tutti i marchi di fast fashion ce le sbatteranno in faccia fino alla nausea.

Pancia a rete

Ipotesi di evoluzione del trend

Io con le calze sono sempre stata molto più concessiva delle fashion bacchettone che girano sul web. Appoggerei pure un ritorno delle calze color carne, per dire. Ma qua c’è la prova che i trend setter sono dei troll, porca miseria. Già il jeans strappato con la calza a rete che fa capoccella dai buchi richiama lo spauracchio Cristina Aguilera Dirrrrty dei primi anni duemila, ma con la panciera retata è subito Auricchio Piccante.

I mini occhiali

Non. Stanno. Bene. A. Nessuno.
Ma soprattutto a me, che tra uno zigomo e l’altro mi ci passa la variante di valico. Provati l’altro giorno, sembravo un orangotango.

I ragnetti

Design del sandalo di gomma + pelle + suola a carrarmato. Acclamate in tutti i reparti di ortopedia, since estate 2014 e non ne vogliono sapere di sparire.

I tiramisù

Ecco, siccome non riesco neanche a verbalizzare la bruttezza delle stringate col platform stratificato, mi rivolgo maschio paternalista e troglodita che di solito, in questi casi, trova sempre valide argomentazioni: perché ci avete ammorbato per anni che le ballerine sono inchiavabili e poi adesso state muti? All’improvviso tutti sostenitori della libertà di scelta della donna emancipata? C’è un lato positivo, almeno.

 

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Un recap comprensibile

Per la serie corsi e ricorsi storici: sono fuori casa e senza una lira. Quanta originalità. Con questa capacità di imbrogliarmi sempre nelle stesse situazioni che mi ritrovo, sono riuscita a intenerire persino la Tre, che ieri, nonostante non avessi un centesimo sulla scheda, ha deciso comunque di darmi 1 GB di traffico. Perché sto anche senza internet da un mese.
Salutiamo la misericordia del mio gestore telefonico provando a mandare avanti il blog via hotspot.

Dunque.

Mi sono laureata, di venerdì 17, una data che definirei esaustivamente riassuntiva del percorso di studi appena terminato.
Volevo fare una cosa intima, senza corone di alloro e confettate da matrimonio. Ho invitato giusto le due amiche che hanno sopportato tutti i miei innumerevoli scazzi e ansie contro il mondo accademico e non. Scazzi che sono durati fino alle sei di pomeriggio del giorno prima, quando una perentoria email della segreteria amministrativa ha messo fine alla bagarre tra i membri della commissione che volevano rimandare tutto perché due di loro (tra cui il mio relatore) avevano deciso di disertare.
Io ero dal parrucchiere, non ci andavo da tre anni. Mentre venivo allegramente sforbiciata, leggevo i botta e risposta della conversazione email tra i professori:

«I laureandi sono stati convocati ormai»

«Non si può sostenere una discussione di tesi con una commissione raffazzonata, denoterebbe una mancanza di serietà da parte della facoltà»

«Le cose andavano fatte per tempo!»

«È andata così»

«SERIETA!»

«Nominiamo dei sostituti»

«È troppo tardi»

«Moriremo tutti e frate Irnerio ci scudiscerà il culo per l’eternità»

Il Fort Apache degli umanisti.
Se c’è una cosa che ho imparato quest’anno però è che bisogna sempre essere preparati per qualunque evenienza, e io avevo pronti sia la tesi sia un mazzo di stuzzicadenti da incastrare nei citofoni dei difensori della serietà delle istituzioni universitarie.
Il giorno dopo, mi sono seduta davanti alla commissione e avevo anche i capelli fatti.
Estote parati, come i boyscout, ma senza lo stigma della divisa da incefalitici.

Mentre discettavo di come l’arte urbana venga decontestualizzata e usata come strumento per alzare i prezzi degli affitti e buttarci in mezzo a una strada – tema, quello del vagabondaggio, che ben si sposa con una laurea in filosofia – il parterre dietro di me si era arricchito di genitori che avevo dati per dispersi nelle rotatorie di Tor Vergata, zii ed estranei che, per carità, liberissimi di assistere se la vostra passione sono le discussioni delle lauree triennali umanistiche, però ecco, magari i baci e gli abbracci quando esco anche no che comunque chi cazzo siete?

Mio padre voleva picchiare un membro della commissione che mi ha ripetuto la stessa domanda cinque volte.
Mia madre ha portato tramezzini, pasticcini e bomboniere a forma di gufo col tocco.Casa mia è piena di gufi col tocco e confetti.
Il mio ragazzo mi ha portato la corona d’alloro e ho un miliardo di foto in cui sembro un pollo al forno.
Insomma, mi sono laureata.

Il giorno dopo ho impacchettato cane, confetti e vestiti, e sono partita per aiutare il ragazzo di cui sopra col trasloco a Cagliari. Ok, è abbastanza ingiurioso appellare la persona con cui stai come “ragazzo di cui sopra”, però l’ultimo anno è stato troppo frenetico a livello pratico e io sono rimasta un po’ indietro a livello emotivo, quindi non sono ancora riuscita a trovargli un nomignolo, un soprannome identificativo, un patronimico e a volte pure un senso; soprattutto dal momento che il mio aiuto nel trasloco si è trasformato in un mese e mezzo di vagabondaggio a sbafo nel campidanese puntellato di telefonate in ufficio talmente coglione – “Amore, ho sbagliato autobus… mi sa che sto tipo a Torbellamonaca”, “Amore, ti ho dato fuoco alla felpa dell’Adidas mentre facevo il caffè”, “Quando cazzo torni che mi annoio?”, “Senti, qui com’è e come non è, io il mare ancora non l’ho trovato”, “Amore, mi sono persa alle saline”, “Lo sai che esce la schiuma dai muri?”, “Sticazzi che è quasi Aprile, io ho freddo quindi i termosifoni restano accesi”, “So finiti i pangoccioli” – che se iniziavamo direttamente una storia a distanza ci facevo una figura migliore. Aggiungiamoci anche bisticci futili quanto tombali e sembriamo Casa Vianello con Furio di Verdone al posto di Raimondo e Pol Pot al posto di Sandra (ho già messo in chiaro che il monopolio simbolico sulle figure dei dittatori lo detengo io).
Entrambi amiamo le sagre di paese, andare al cinema, il mio cane e scassare la minchia, quindi direi che abbiamo il 75% di possibilità di non ucciderci a vicenda.
Io intanto, per sicurezza, a Pasqua torno a Roma.

 

Mongoutfit per la laurea

Mi è stato gentilmente fatto notare che non posso presentarmi alla mia discussione di laurea in tuta, che disdetta. Allorché ho fatto un giro di perlustrazione sui principali siti di e-commerce per vedere cosa veniva proposto nella sezione “Laurea”dai loro fenomenali algoritmi – perché mi rifiuto di credere che ci sia un essere umano senziente dietro alle loro selezioni. Per esempio, Asos per le lauree propone di vestirsi da sposa.

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Un look che, con i suoi toni candidi e virginali, è interpretabile anche come Vittima sacrificale in procinto di iniziare un tirocinio non retribuito.

Zalando invece è più vicino ai miei gusti e alle mie esigenze e mi propone un bel pigiamone di Sand.

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Che – va bene – potrà non sembrare appropriato manco questo, però almeno rispecchia la mia esperienza universitaria: molto pigra, molto avrei preferito rimanere a letto stamattina, ma con un accenno di rimorso nella décolleté come a dire:”Anche se sono andata fuoricorso vorrei prendere sta cazzo di laurea con un minimo di dignità”.