Un recap comprensibile

Per la serie corsi e ricorsi storici: sono fuori casa e senza una lira. Quanta originalità. Con questa capacità di imbrogliarmi sempre nelle stesse situazioni che mi ritrovo, sono riuscita a intenerire persino la Tre, che ieri, nonostante non avessi un centesimo sulla scheda, ha deciso comunque di darmi 1 GB di traffico. Perché sto anche senza internet da un mese.
Salutiamo la misericordia del mio gestore telefonico provando a mandare avanti il blog via hotspot.

Dunque.

Mi sono laureata, di venerdì 17, una data che definirei esaustivamente riassuntiva del percorso di studi appena terminato.
Volevo fare una cosa intima, senza corone di alloro e confettate da matrimonio. Ho invitato giusto le due amiche che hanno sopportato tutti i miei innumerevoli scazzi e ansie contro il mondo accademico e non. Scazzi che sono durati fino alle sei di pomeriggio del giorno prima, quando una perentoria email della segreteria amministrativa ha messo fine alla bagarre tra i membri della commissione che volevano rimandare tutto perché due di loro (tra cui il mio relatore) avevano deciso di disertare.
Io ero dal parrucchiere, non ci andavo da tre anni. Mentre venivo allegramente sforbiciata, leggevo i botta e risposta della conversazione email tra i professori:

«I laureandi sono stati convocati ormai»

«Non si può sostenere una discussione di tesi con una commissione raffazzonata, denoterebbe una mancanza di serietà da parte della facoltà»

«Le cose andavano fatte per tempo!»

«È andata così»

«SERIETA!»

«Nominiamo dei sostituti»

«È troppo tardi»

«Moriremo tutti e frate Irnerio ci scudiscerà il culo per l’eternità»

Il Fort Apache degli umanisti.
Se c’è una cosa che ho imparato quest’anno però è che bisogna sempre essere preparati per qualunque evenienza, e io avevo pronti sia la tesi sia un mazzo di stuzzicadenti da incastrare nei citofoni dei difensori della serietà delle istituzioni universitarie.
Il giorno dopo, mi sono seduta davanti alla commissione e avevo anche i capelli fatti.
Estote parati, come i boyscout, ma senza lo stigma della divisa da incefalitici.

Mentre discettavo di come l’arte urbana venga decontestualizzata e usata come strumento per alzare i prezzi degli affitti e buttarci in mezzo a una strada – tema, quello del vagabondaggio, che ben si sposa con una laurea in filosofia – il parterre dietro di me si era arricchito di genitori che avevo dati per dispersi nelle rotatorie di Tor Vergata, zii ed estranei che, per carità, liberissimi di assistere se la vostra passione sono le discussioni delle lauree triennali umanistiche, però ecco, magari i baci e gli abbracci quando esco anche no che comunque chi cazzo siete?

Mio padre voleva picchiare un membro della commissione che mi ha ripetuto la stessa domanda cinque volte.
Mia madre ha portato tramezzini, pasticcini e bomboniere a forma di gufo col tocco.Casa mia è piena di gufi col tocco e confetti.
Il mio ragazzo mi ha portato la corona d’alloro e ho un miliardo di foto in cui sembro un pollo al forno.
Insomma, mi sono laureata.

Il giorno dopo ho impacchettato cane, confetti e vestiti, e sono partita per aiutare il ragazzo di cui sopra col trasloco a Cagliari. Ok, è abbastanza ingiurioso appellare la persona con cui stai come “ragazzo di cui sopra”, però l’ultimo anno è stato troppo frenetico a livello pratico e io sono rimasta un po’ indietro a livello emotivo, quindi non sono ancora riuscita a trovargli un nomignolo, un soprannome identificativo, un patronimico e a volte pure un senso; soprattutto dal momento che il mio aiuto nel trasloco si è trasformato in un mese e mezzo di vagabondaggio a sbafo nel campidanese puntellato di telefonate in ufficio talmente coglione – “Amore, ho sbagliato autobus… mi sa che sto tipo a Torbellamonaca”, “Amore, ti ho dato fuoco alla felpa dell’Adidas mentre facevo il caffè”, “Quando cazzo torni che mi annoio?”, “Senti, qui com’è e come non è, io il mare ancora non l’ho trovato”, “Amore, mi sono persa alle saline”, “Lo sai che esce la schiuma dai muri?”, “Sticazzi che è quasi Aprile, io ho freddo quindi i termosifoni restano accesi”, “So finiti i pangoccioli” – che se iniziavamo direttamente una storia a distanza ci facevo una figura migliore. Aggiungiamoci anche bisticci futili quanto tombali e sembriamo Casa Vianello con Furio di Verdone al posto di Raimondo e Pol Pot al posto di Sandra (ho già messo in chiaro che il monopolio simbolico sulle figure dei dittatori lo detengo io).
Entrambi amiamo le sagre di paese, andare al cinema, il mio cane e scassare la minchia, quindi direi che abbiamo il 75% di possibilità di non ucciderci a vicenda.
Io intanto, per sicurezza, a Pasqua torno a Roma.

 

Las Pasiones De Cuenca. Recap.

Nelle puntante predenti di Las Pasiones De Cuenca

A meno di una settimana dalla laurea di Cuenca, el Maldito Reladòr decide di abbandonarla:

“Mirame Cuenca! Me voy a Venezia y no me sbate la minchia que tu tiene que discutere su tesi de laurea! Yo tiengo studentes americanos di universidad privata che me paga mucho da portare in gita al Carnivàl!”

“Ay maldito!

“Pero portami una copia de su tesi, que me gusta mucho y me serve por mi ricerca…”

“Eh sì, lalleros”

Intanto lo spasimante di Cuenca, Jengibre Pelirrojo de Tuscolàn, tenta di convincere la giovine a trasferirsi in Sardegna con lui:

“Vente conmigo mi amòr! Vivremo sotto el sol, andremo alla playa y comeremo mucho purceddu!”

“No se puede Jengibriño! Yo tiengo de pisciàr el perro loco Sgarbiño y buscar un trabajo para el Verano!”

“Buscalo in Sardegna mi amor! Tu puede trabajar y pisciar el perro y andar a la playa conmigo tambièn”

“Yo no sé… yo no sé… tengo que pensar… tengo que laureàr… no te accollàr”

Appena Jengibre Pelirrojo lascia la magione, Cuenca si confida con Sgarbiño, il suo fedele e feroce mastino alto un centimetro.

“Ay Sgarbiño! Que hacer!? Que hacer!? Quel cabròn de reladòr me ha dejado ne la mierda… Y dos traslocos in uno año so tantini, yo me sarei pure rotta las pelotas de vivìr in mezzo allo scatolones… Y es muy controentuitivo ir a buscar trabajo in Serdegna… pero es un sacco de años que non me faccio una vacanza al mar como se deve… Y si Jengibriño poi me olvides y se busca una velina sarda? Tengo de volvèr? Ay que mal de cabeza!”

“Oh Cuencacita! Yo te quiero mucho y yo te protegeré del mundo infame! Tiene que seguir su corazon y comprarme los croccantinos”

Ma Cuenca e Sgarbiño non si erano accorti che dietro alla porta, intenta a origliare, vi era Mamacita Gordita:

“Ay Cuenca, ESCANDALO! Donde quiere que ir tu, con quel Pelirrojo!? Tu tiene de star aquì conmigo! Su trabajo es portar mi y tu abuela a los medicos y aspettar parcheggiata in doble fila todas las semanas!”

“Ma Mamacita! Yo retorno de nuevo a Septiembre para l’inizio de las leziones… y te ospito dos semanas y tu e Paponcito vi fate un poco de mar”

“Muahahahahah! Ahora bien me tengo el perro!”

“Nooo, Sgarbiño! Volverè a salvarte despuès que porto los scatolones!
“Cuencacitaaa! Non te olvides los croccantinos port favoooor!”

Cuenca si laurea, e grazie all’invasione di confetti e bomboniere a forma di gufo col tocco che funge da diversivo, riesce a partire per la Sardegna con Jengibre Pelirrojo. Ma una spiacevole sorpresa la attende:

“Oy Jenji, lo que es la password del Wi-Fi?”

“Wi-Fi? Yo he olvidado de llamar la Vodafone para enstallar la linea!”

“ESCANDALO!”


Riuscirà Cuenca a trovare lavoro, preparare gli esami di debito per la magistrale, salvare Sgarbi e a non spaccarsi le palle senza internet?


Navi, scatoloni, amore e canetti su Las Pasiones De Cuenca. Su Snapchat.



Mongoutfit per la laurea

Mi è stato gentilmente fatto notare che non posso presentarmi alla mia discussione di laurea in tuta, che disdetta. Allorché ho fatto un giro di perlustrazione sui principali siti di e-commerce per vedere cosa veniva proposto nella sezione “Laurea”dai loro fenomenali algoritmi – perché mi rifiuto di credere che ci sia un essere umano senziente dietro alle loro selezioni. Per esempio, Asos per le lauree propone di vestirsi da sposa.

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Un look che, con i suoi toni candidi e virginali, è interpretabile anche come Vittima sacrificale in procinto di iniziare un tirocinio non retribuito.

Zalando invece è più vicino ai miei gusti e alle mie esigenze e mi propone un bel pigiamone di Sand.

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Che – va bene – potrà non sembrare appropriato manco questo, però almeno rispecchia la mia esperienza universitaria: molto pigra, molto avrei preferito rimanere a letto stamattina, ma con un accenno di rimorso nella décolleté come a dire:”Anche se sono andata fuoricorso vorrei prendere sta cazzo di laurea con un minimo di dignità”.

Il primo libro non si scorda mai (te credo)

Qualche giorno fa è uscito su Twitter l’hashtag #primolibrononsiscordamai.
Un tripudio di Roal Dahl, Italo Calvino, piccole donne, piccoli principi ed edizioni illustrate delle opere di Jane Austen. E già così, con un ritardo di vent’anni, mi sono sentita una bambina trascurata perché il primo libro che ricordavo di aver letto era tipo Capitan Mutanda e l’attacco  dei gabinetti parlanti, seguito da una valanga di Piccoli Brividi e dalla totale assenza di titoli per l’infanzia di un qualche pregio letterario – anche se, in tutta sincerità, quelli che hanno citato Cuore di De Amicis non li invidio proprio.

In questi giorni però, ho ripensato alla questione e non solo mi sono ricordata che il primo libro che abbia mai letto è un altro, ma anche che è una mezza atrocità.

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Parliamone.
Il mio libro di racconti biblici non è solo un libro di racconti biblici: è il libro tradizionalmente adottato dai Testimoni di Geova per allevare i pargoli nati nella Verità.
Io che nella Verità, qualsiasi essa sia, non ci sono nata, mi sono sciroppata questo affare tutte le sere che mia zia TDG veniva a dormire da noi.
Fun fact: i racconti biblici sono rielaborati in stile Torre di Guardia con effetti abbastanza comici. Tipo che l’apostolo Paolo fa il porta a porta con gli opuscoli.

Purtroppo (mmpfff!) la mia copia è andata perduta, ma ho trovato su Google alcune delle illustrazioni (kitch da morire) che preferivo.

Trauma fortissimo per la moglie di Lot trasformata in statua di sale perché Dio è molto poco democratico.

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Ansia devastante con il sacrificio di Isacco.

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Per quanto mia zia mi spiegasse che Adamo ed Eva fossero nudi perché l’uomo, non avendo mai peccato, non doveva vergognarsi di nulla, ho sempre pensato che fossero due zozzoni.

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Te credo che poi sono passata ai Piccoli Brividi.
Comunque, stramberie del genere a parte, la mia è stata un’infanzia felice: in quinta elementare la maestra Natalia mi ha fatto leggere Ascolta il tuo cuore, ad oggi mi attesto su un solido 6.5 nella scala Dawkins e mia zia si è convertita al cattolicesimo nel 2015.

Il Superbowl

L’unica cosa che sapevo del football americano era che negli anni Novanta il delfino mascotte dei Miami Dolphins fu rapito e venne chiamato Ace Ventura per ritrovarlo, e che se sposti il pallone prima che un bambino con la testa enorme lo calci, ottieni un effetto comico ripetibile potenzialmente all’infinito.

Ora, è vero che nessun delfino è stato incomodato prima di un Superbowl e che nessuno sano di mente e che mi conosce un minimo mi affiderebbe mai il compito di reggere il pallone prima di un calcio, però è vero pure che quando ci si approccia a un manifestazione sportiva di cui non si sa assolutamente nulla – e che dura tipo sei ore – la cosa più importante è creare un legame emotivo. Per questo sono andata sulle pagine Wikipedia delle due squadre: avevo bisogno di un pretesto qualsiasi per farmene stare simpatica una e odiare visceralmente l’altra. Presto fatto.

I New England Patriots erano i favoriti, avevano già vinto quattro Superbowl è il quarterback Tom Brady è un bisteccone sposato col Giselle Bundchen, amichetto di Mark Facciadelegno Wahlberg e ha sostenuto Trump durante le elezioni.
Direi che abbiamo abbastanza elementi per farci andare sui coglioni tutta la squadra.

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Una sottile allusione alla prestanza sessuale di Tom Brady. Dal film Ted 2.

Anche perché gli Atlanta Falcons sono perfetti se siete sensibili alla narrativa dell’underdog – tipo, se l’hanno scorso gongolavate fortissimo per la storia del Leicester e provavate a fare parallelismi improbabili tra l’ascesa della squadra inglese col quarto d’ora in serie A del Frosinone.
Insomma, non c’era un granché per creare una qualche sorta di legame affettivo, quindi mi sono limitata a gufare i Patriots, ad aspettare il concerto di Lady Gaga (bello, so contenta) e a rosicare alla fine.
A parte il fatto che non possiedo neanche un grammo di spirito sportivo e che se mi appassionassi veramente a uno sport diventerei una feroce hoolingan assetata di sangue (poi vedi come spariscono i delfini), ho capito anche alcune cose sul football:

  • Nonostante il football sia lo sport più seguito d’America, il prezzo di un biglietto del Superbowl ammonta più o meno alla stessa somma dello stipendio di un lavoratore medio americano. In pratica, la maggior parte degli appassionati di football accetta che non potrà mai vedere la finale di campionato del suo sport preferito. La trovo una differenza culturale molto interessante. Prova a fare una cosa del genere agli ultrà della curva sud e otterrai una rievocazione storica degli assalti medievali contro lo stadio. Che poi vabbè, stiamo parlando di un popolo che ha stanato Noriega a colpi di I Came from Alabama, quindi figurati l’abilità che possono avere i civili negli assedi.
  • Il football è un gioco macchinoso. Prima c’è il calcio d’inizio. Poi i tre tentativi per avanzare ‘ste maledette dieci iarde. Se non riesci a fare meta, c’è il calcio da tre punti. Poi prendi la posizione e magari riesci a giocare questa cavolo di palla. Ogni squadra è divisa in due squadre, una di attacco una di difesa. Poi c’è lo special team che vai a capire che accidenti è. La wild card idem. E devi stare attento a dove mettono i piedi. E puoi tombare l’avversario, ma non lo puoi trattenere. E con i timeout un’azione di tre minuti ne dura venti. E le linee blu, gialle, bianche – e che palle, io già faccio fatica a ricordarmi come si gioca a briscola, per la misera.
    Questo perché il football non è uno gioco in cui si gioca, ma è un gioco in cui si rappresenta, si crea una narrazione, qualcosa da raccontare. Il che si ricollega alla faccenda dei costi: il Superbowl, anche senza concerto in mezzo, sarebbe comunque uno spettacolone.
  • Infatti l’arbitro, lungi dall’essere il pungiball emotivo per giocatori e spettatori come nel calcio, è microfonato e parla in favore di camera.
  • Contro ogni mia aspettativa, le cheerleaders non se le incula nessuno.
  • Le pubblicità sono meravigliose, queste sono le mie preferite:

Martha Steward che prova a far cambiare operatore a Snoop Dog

 

Melissa McCarthy, novella paladina dell’ecologia, rimbalza come una pallina da flipper

Un canto di Natale con la birra e un bull terrier col maglioncino

#CandidlyNicole

Nicole Richie ha tantissime colpe. Ha sposato il cantante dei Good Charlotte, ha fondato un fashion brand con prezzi che sono una fucilata in faccia e prodotti paccottiglia (ho recentemente preso una fregatura su Asos), si è fatta vedere per troppo tempo in giro con Paris Hilton, e si ostina a sfoggiare una frangia a leccata di mucca.

Nel 2014, per fortuna, Nicole ha deciso di liberarsi di questa immagine da incefalitica con Candidly Nicole, una web series in cui, candidamente, fa cose. Con un taglio e un colore di capelli che le donano.
E a me fa ridere come una cretina.
Le mie puntate preferite sono:

Tramp Stam Removal
In cui la nostra decide di farsi rimuovere un tatuaggio tamarro ma alla fine ci ripensa

Think Drag With RuPaul
In cui c’è RuPaul che è il Bene e l’Amore e quindi tuttapposto.

Pageant Obsessed
In cui Nicole partecipa a una sessione di allenamento per reginette di bellezza cinquenni

Niente false speranze comunque: nella seconda stagione torna l’accoppiata frangia spaccicata+colore del cazzo.

I buoni propositi del 2017

Personalmente, sono arrivata alle soglie del 2017 stremata, distrutta, sbullonata, ma abbastanza soddisfatta e piena di aspettative per l’anno nuovo.
Ma, di base, stanchissima.
Ma emozionata!
Ma esausta.
Ma chissà cosa ci riserverà il futuro!
Pisolini.
Palestra!
Coma.
Zumba!

looney
Nel 2016 ho messo troppo impegno nel migliorare la mia vita per cadere nel bipolarismo così scioccamente, quindi urgeva una riflessione accurata su come mettere d’accordo l’entusiasmo e lo stress accumulato che vivono nel mio cervello.
Insomma, s’hanno da fare i buoni propositi.

Quella dei buoni propositi per l’anno nuovo è una faccenda che ho sempre guardato con grande sospetto. Il motivo, probabilmente, è che i buoni propositi che mi sentivo declamare più spesso durante i veglioni erano minchiate assurde, dal voler iniziare a meditare con tanto di apologia della mindfullness, degli incensi e della teoria dell’attrazione cosmica, ai progetti patrimoniali megalomani, tipo “voglio tornare indietro nel tempo, uccidere Zuckerberg e inventare Facebook”.
Ma perché? Ma come vi viene in mente di iniziare il nuovo anno con queste prospettive di restrizione e sommo sbattimento di palle?

Dal momento che mi sono smazzata diverse seccature negli ultimi sei mesi – traslochi, università, incidenti, invalidità mie e altrui e cane con la diarrea, solo per citarne alcune – ho deciso che i miei buoni propositi per il 2017 dovevano essere pochi, fattibili e piacevoli. In questo modo, tra un anno, il mio entusiasmo avrà trovato luoghi sicuri in cui impiegarsi e non mi spingerà a impelagarmi in cretinate stravaganti, tipo un trekking nei boschi intorno a Subiaco conclusosi con un’aggressione da parte di un gufo. Il livello di stress, di conseguenza, dovrebbe restare in un limite sostenibile.

È con somma gioia, pace interiore e voglia di fare un pisolino dunque, che vi presento i miei buoni propositi per il 2017.

I buoni propositi una cifra scialli di Bagnarola per il 2017

1# Escogitare un sistema sensato per tenere in ordine la mia stanza

room
Io l’ho letto il libro di Marie Kondo. E l’ho odiato. Non dico che sia il male in terra, anzi: se ha avuto così tanto successo probabilmente ha aiutato un sacco di persone. A me però, onestamente, è sembrata una minchiata col sale. Questa ti dice che il criterio per decidere se buttare una cosa o meno è “tenerlo tra le mani e sentire se ti trasmette gioia”.
Gioia? Buttare?
Come ha dimostrato il mio recente trasloco, libri a parte, tutta la mia roba entra in un borsone e tre scatole. Cosa dovrei buttare, stronza, i documenti?
Insomma, il decluttering non mi riguarda. Sono già minimalista, spartana, poco interessata agli inutili suppellettili di mio.
E allora come mai camera mia sembra Beirut dopo i bombardamenti?
Abbiamo un anno intero dedicato a ricercarne cause e soluzioni. Poi, all’applicazione pratica, ci pensiamo con calma.

2# Leggere più novità letterarie

books
Ho un rapporto ambiguo con le nuove uscite letterarie. Leggo le recensioni, mi sorbisco una valanga di attività promozionali dalle case editrici che seguo sui social – e le seguo proprio per scoprire le nuove uscite – poi però, i miei soldi vanno tutti ad autori morti prima della Grande Depressione. Oibò, buffissimo proprio.
Ammetto che a ogni fascetta promozionale intorno a un libro che vedo, ad ogni tweet entusiasta un intreccio narrativo che leggo, ad ogni 21,90 € che trovo in quarta di copertina, comincio a sentire una timida vocina che sentenzia: “Sicuramente è nammerda. Lascia perde. Compramose il diario postumo de Flannery O’Connor che interpreta le macchie del lupus in chiave agostiniana e annamo sul sicuro”.
E invece è sbagliato! Me ne rendo conto! Bisogna essere curiosi di quello che ci circonda, degli scrittori vivi che hanno tanto ancora tempo per dire qualcosa di interessante sul mondo e per contrarre malattie mortali da affrontare stoicamente grazie alla fede e all’amore riposto in animali anaffettivi come i pavoni.
Stavo addirittura per perdermi L’amica geniale con questo atteggiamento.
Ordunque, quest’anno almeno cinque nuove uscite.

3# Scoprire nuovi cibi da cucinare

diet
Se mi dite noia, io penso alla dieta. E non c’è dieta più noiosa di quella motivata da problemi di salute. Problemi di salute non gravi, eh. Fastidiosi sì, ma niente di allarmante sul breve periodo. Poi, quando sai che il traguardo della tua perdita di peso verrà coronato con un trattamento doloroso dall’angiologo, non è che ti siedi a tavola con la tua rosetta pesata e pensi alle gioie della vita.
Io però, sono una personcina giudiziosa che segue il parere dei medici e vuole vivere cent’anni, quindi ho deciso di perdere questi ultimi 6 kg e di sottopormi alla terapia sclerosante per abbassare il rischio di trombosi venosa, che tartassa buona parte delle donne della mia famiglia.
La mia è una banalissima e flessibilissima dieta mediterranea. Potrei cucinarmi un sacco di cose sfiziose, ma sono talmente pigra da essere riuscita a ridurre tutti i pasti al formato panino. E comunque, anche all’infuori della dieta, per me cucinare è sempre stata una mezza rottura di coglioni.
Quest’anno quindi, da novella Cannavacciuola, mi impegnerò ad inserire un nuovo alimento al mese nella mia alimentazione casalinga. Con divieto di paninizzazione. Che tanto, il panino dà il meglio di sé quando è cicciograsso e stucca-arterie.